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Il nostro Pride

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Il prossimo 28 Giugno il Gay Pride nazionale tornerà a Bologna, dopo tredici anni. Non mancano ovviamente le polemiche, i dibattiti e le contestazioni. Ho chiesto ad una carissima amica che cosa ne pensasse di tutto ciò: delle discriminazioni nei confronti dei ragazzi omosessuali, della cultura italiana ancora così arretrata su questo fronte, del Pride e di quelle che alcuni chiamano “strategie di comunicazione”.

Pubblico qui la lettera che mi ha spedito l’altro ieri.

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Caro Matteo,

Indubbiamente la discriminazione, soprattutto nelle generazioni più giovani e tra le persone colte, è diminuita rispetto al passato ma siamo ancora ben lontani da un riconoscimento di parità (e non di uguaglianza: è un valore fuorviante. Bisogna invece affermare la differenza come valore di libertà). L’Italia è uno degli ultimi paesi dell’Unione Europea a non rispettare le direttive dell’UE per la regolazione deglle unioni civili e la formulazione di una legge antidiscriminazione nei confronti dei diversi orientamenti sessuali.Quindi sinceramente vedo ancora il bisogno di lottare.

Certi, addirittura all’interno della stessa “comunità” GLBT, pensano che non sia più la giusta strategia, che dare una certa immagine andasse bene negli anni passati in cui l’omofobia era maggiore e si cercava di demolire l’arretratezza mentale … E in un certo senso potrei essere d’accordo: spero che un giorno non ci sia bisogno di accentuare le differenze ma che l’orientamento omosessuale venga considerato nella società come potenzialità dell’essere umano alternativa e pari a quella eterosessuale. In un mondo ideale non ci sarebbe bisogno di un pride per affermare i propri diritti (al massimo di un pride commemorativo della battaglia per arrivare alla parità) né di coming out. Ma siamo ancora molto lontani da un’integrazione simile.

Per quanto accettata e spogliata della connotazione di malattia (l’omosessualità- ndr), viene ancora percepita come deviazione dal percorso tipico umano.

Non a caso nei film o nelle serie televisive c’è il (uno) personaggio gay della compagnia mentre tutti gli altri sono etero. E sì, gli vogliono bene lo stesso e si fa accettare. Eh no, troppo facile, gli etero sono tanto buoni e ammettono il gay nella loro cerchia. Non abbiamo bisogno di essere accettati dagli etero ma di essere pari a loro.

Per fare un esempio: in Italia ci sono molti più calciatori che pallanuotisti. I calciatori hanno più soldi, più attenzione mediatica. Ma sono i calciatori atleti migliori dei pallanuotisti? Certo che no. A nessuno verrebbe in mente una cosa del genere. I pallanuotisti sono atleti a tutti gli effetti solo che praticano uno sport meno diffuso e non per questo meno bello o meritevole di attenzione mediatica. E lì rientra il problema della maggioranza: alla maggioranza piace di più guardare il calcio. Peccato che non si possano trattare i diritti civili come l’attenzione mediatica a uno sport. Nel campo dei diritti ogni minoranza deve avere essere trattata in modo uguale alla maggioranza: finchè una singola persona ne è privata non c’è giustizia e tutti dovremmo sentirci in pericolo di esserne privati a nostra volta in base a criteri del tutto irrazionali. Niente di nuovo: sono conquiste a cui la società moderna è arrivata nel ‘700.

Tornando al pride e alle sue strategie di comunicazione… per dirla in parole povere, non credo che sia corretto parlare di strategie di comunicazione. Lo sarebbe se si vedesse il pride in maniera politica/ideologica, come una manifestazione di una comunità omosessuale che cerca di farsi accettare dalla comunità etero a cui chiedono di essere riconosciuti. Io penso invece che si dovrebbe vedere il pride come una manifestazione di individui che combattono per l’affermazione dei propri diritti all’interno della comunità mondo di cui fanno parte assieme agli individui eterosessuali, unici a godere di quegli stessi diritti. Non stiamo arrivando e chiedendo concessioni. Stiamo dicendo: ci siamo anche noi.

Chi dice che è una pagliacciata e che il pride dovrebbe essere sobrio dimostra solo di appigliarsi eccessivamente a un elemento simbolico, in maniera reazionaria: il gay accettato solo in quanto macchietta, errore, non va bene.

La libertà di esprimere se stessi deve essere totale e questo deve includere le differenze: chi ha detto che una persona che veste in giacca e cravatta sia più seria e sobria di una persona che veste colori sgargianti?

Sono pagliacci persone che marciano per i propri diritti o i nostri politici mafiosi che siedono al parlamento e negano tali diritti a una parte della popolazione in base al prurito di una parte di popolazione (che quei diritti li ha già e che, contraddicendo gli stessi principi della propria religione, storce il naso di fronte all’idea che in Italia possano esistere altre concezioni di vita oltre la propria)?

Diletta

Written by matteo89

Maggio 4, 2008 alle 11:38 am