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Obiettivi, esserlo o non esserlo

con 3 commenti

Leggo. Per la precisione un libro, un capolavoro anzi, di Tiziano Terzani: la fine è il mio inizio. E tutto quello che leggo mi entra dentro e viene memorizzato. Come se stessi ascoltando in diretta la voce di uno dei giornalisti più bravi d’Italia. Ma che dico, del mondo! Leggo la sua storia, la sua vita, i suoi pensieri e i suoi insegnamenti e cerco di capire qualcosa in più di quello che già so.

Però, a volte, tra le righe di questo romanzo — scritto in forma giornalistica, quindi ancora più appassionante — ritrovo dei miei pensieri, dei miei ideali che, leggendoli tra quelle righe, mi riempiono di orgoglio e soprattutto di autostima e consapevolezza.

Sì, io sono consapevole di una cosa, per quanto riguarda il giornalismo e l’essere giornalisti: l’obiettività non esiste. Un vero giornalista non può — o forse non deve o non dovrebbe — essere obiettivo. O perlomeno dipende dal concetto di obiettività. Se essere obiettivo vuol dire mantenere le distanze, non giudicare, non esporsi mai troppo, allora vuol dire anche non essere un buon giornalista.

Se mi trovo nel mezzo di una guerra ed intervisto un soldato che sta torturando un suo nemico — chiedendogli magari perchè stanno combattendo — mantenere l’obiettività significherebbe riportare quello che dice l’uno e quello che dice l’altro. Cioè due risposte completamente opposte perchè giustamente, ognuno tira l’acqua al suo mulino, correndo pure il rischio che il lettore non ci capisca un accidente.

Il vero giornalista (questo secondo la mia liberissima opinione) è obbligato, in quanto tale, a prendere una posizione, ad esprimere un giudizio che è tutt’altro che distante da questa o da quella “parte”. Ovviamente tutto ciò deve essere fatto con la massima professionalità.

Cosa vuol dire massima professionalità? Vuol dire che si deve, con tutti i mezzi a propria disposizione (ed eventualmente anche con altri mezzi), cercare la verità. Scavare a fondo nelle cose, non fermarsi alla superficie liscia e tranquilla. Rompere le palle, se necessario. Ma raccontare come stanno veramente i fatti, prendendo posizioni anche marcate, se necessario.

Questo, secondo me, vuol dire fare giornalismo. Non ti piace quello che scrivo? Bene, sei liberissimo di non leggere i miei articoli. Ma coloro che lo faranno, forse, avranno un po’ più di libertà. Magari non dormiranno la notte per quello che hanno appena letto, ma sapranno di aver letto cose vere. Non semplice cronaca, svuotata di ogni signifato.

Quindi, se essere obiettivi o non esserlo faccia differenza non mi importa. Ma se raccontare la verità implichi il non essere obiettivo, io posso dire: non sono obiettivo, e sono orgoglioso di non esserlo.

SEGNALAZIONI

Roberto Calderolidal blog di Piero Ricca

Written by matteo89

Settembre 1, 2008 a 5:16 pm

3 Risposte

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  1. well, il discorso è un po’ complicato, ma in linea di massima quello che dici è condivisibile. il politically correct non informa. tanto chi scrive le sue idee ce le ha, ma se si nascondono dietro l’obiettività presunta il lettore si potrebbe illudere di avere in mano informazioni parziali, immacolate, eque. non è così. tanto vale prendere una netta posizione, così chi legge sa valutare cosa ha di fronte, e magari cercarsi un articolo di idee opposte per farsi da solo un’idea propria. se poi il giornalista è bravo anziché screditare e distorcere a suo piacimento le idee che confutano una sua tesi, le riporta così come stanno e lascia alla ragione e al buon senso di chi legge la possibilità di trarre le sue conclusioni.

    pyramid song

    Settembre 1, 2008 alle 5:35 pm

  2. errata corrige: informazioni imparziali*

    pyramid song

    Settembre 1, 2008 alle 5:36 pm

  3. Condivido pienamente il tuo discorso: anche secondo me fare Giornalismo significa non riportare i fatti nudi e crudi, ma esporsi, dire la propria, fornire delle efficaci chiavi di lettura della realtà a chi legge.
    A mio parere la ragione fondamentale di ciò sta in due fatti:
    A) essere “etici”, cioè dire quello che si pensa davvero, e
    B) il fatto che – in definitiva – una verità assoluta non esista, cioè non esista la realtà come “cosa in sè” così come la concepiamo nella “vita di tutti i giorni”.
    La maggior parte della filosofia contemporanea rifiuta l’idea che la realtà sia qualcosa di completamente indipendente dall’osservatore; al contrario le proprietà di ciò che esiste dipendono in grossa parte dal punto di vista del senziente.
    Ciò significa che ogni fatto non esiste come qualco di a-teorico, ma si rende evidente solo perchè carico di teoria, o, per riallacciarci al tuo discorso sul giornalismo, perchè non è “obbiettivo”, ma presenta un’ineliminabile componente soggettiva.
    Questa teoria ontologica ed epistemologica di cui parlo è il Costruttivismo, anche se esistono teorie soggettivistiche anche più potenti, come l’Ermeneutica.
    Invito l’autore del precedente articolo e chi legge questo post, se è stato di suo gradimento, a leggere l’articolo “Contro odifreddi”, dove appunto parlo di questa teoria e a lasciarmi un post di commento.
    Ciao,
    salvatore.

    L’indirizzo del mio blog è:
    http://salvatorangelo.wordpress.com/

    Salvatorangelo

    Settembre 2, 2008 alle 4:33 pm


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